CARO 2018

CARO 2018
Ti scrivo per darti il benvenuto tra noi, come tutti i cuccioli che mettono il naso in una nuova vita immagino che anche tu sarai un po’ spaventato.
Ma guarda, non è così difficile (Non so cosa ti abbiano detto a riguardo). Succede così: giorno dopo giorno imparerai a camminare, a cadere e a rialzarti, a sorridere dei tuoi errori, delle tue cedevolezze, a non prenderti troppo sul serio.
Lo abbiamo fatto tutti, ce la farai anche tu. Anche l’anno che ti ha preceduto… oh, non puoi nemmeno immaginare le cadute che si è fatto, gli scivoloni, le botte, le ferite e i cerotti a cui è dovuto ricorrere, eppure ha fatto il suo dovere ed ora è pronto a cederti il suo posto.
Ho imparato, caro 2018, a non pretendere mai grandi cambiamenti, a non augurarmeli, poiché tutto parte dal piccolo, da minuti ingranaggi che sottendono quelli più grandi e visibili. Tutto deve essere percorso, cammino, aggiustamento, ancor prima che meta e traguardo.
Le vere differenze si vedono nei dettagli, quelli piccoli piccoli che spesso ignoriamo ritenendoli banali.
Allora, se me lo permetti, ti chiedo che tu sia colorato come i disegni dei bambini quando cominciano a tracciare i contorni delle cose per poi riempirli di rosso e di giallo, di verde e di blu.
Che nelle scuole si torni a leggere Pippi calze lunghe e le favole di Collodi, e che si inaugurino le giornate declamando in coro le poesie di Alda Merini e di Jacques Prevert .
Che nei laghetti dei parchi le papere e le tartarughe, i pesci e i cigni, vengano considerati Vite e non spazzatura galleggiante.
Che fuori dai parchi le persone, e non solo i nonni con tanto tempo da dedicare ai nipoti, abbiano ancora voglia di entrare per perdersi tra gli stradelli di sassi, le piante e le erbacce, il passo degli altri e lo scodinzolare di un cane felice.
Che i sindaci delle città entrino nelle scuole per guardare dritto negli occhi ogni alunno dicendo loro che la città non appartiene a Nessuno, se non alla Vita, e come tale deve essere trattata e riconsegnata.
Che le madri ogni tanto cucinino ancora un buon minestrone ai propri figli e che il piatto sia una culla di caldo amore da assaporare a piccoli sorsi.
Che passando davanti a una macelleria i bambini sconcertati domandino ai loro genitori “perché uccidiamo gli animali? Davvero li dobbiamo mangiare per rimanere in vita?”.
Che nelle discoteche si abbia ancora voglia di ballare fino a sentire le gambe stanche, la testa leggera, senza l’intrusione di acidi che snervano, imbruttiscono e distruggono la giovinezza.
Che nei vagoni dei treni i telefonini vengano messi a tacere affinché gli estranei si incontrino con lo sguardo e con la parola, per discorrere di tutto e di niente, spesso dal 'tutto e dal niente' possono nascere le amicizie più belle.
Che nelle stanze degli ospedali le pareti vengano dipinte di arancione e di verde smeraldo, di rosa shocking e di rosso rubino e che la musica faccia da sottofondo a ogni terapia medica.
Che le ruote delle biciclette tornino a percorrere i nostri viali e le macchine cadano in un lungo letargo nei garage.
Che i commessi dei negozi ti accolgano col sorriso e non col telefonino in mano.
Che la pioggia venga accolta come un dono e non come una minaccia. E che si esca senza ombrello, un paio di stivali gialli, come quando eravamo bambini e poi bagnati fradici ci mettevamo a testa in giù sotto la grande bocca del phon.
Che l’amore venga cantato nelle chiese e che le chiese siano luoghi d’amore e non di sterili prediche.
Che tra vicini di casa si abbia sempre il tempo per scambiarsi un saluto, un limone se occorre, o una scatola di caffè.
Che tu, caro 2018, possa scorrere felice tra noi, chiedendoci ogni tanto cosa dobbiamo fare affinché tu possa esser ricordato come un Anno Buono per Tutti.